In concomitanza con la giornata di mobilitazione dell’8 marzo contro la violenza di genere, i lavoratori degli appalti dei servizi CUP – amministrativi – reCUP – centralini della sanità del Lazio dei quali la stragrande maggioranza del personale è rappresentato da donne, hanno organizzato un presidio presso il Ministero della Sanità per rivendicare la stabilizzazione.

«Il blocco ultradecennale delle assunzioni nella P.A. ha generato un mostro nel Sistema Sanitario Regionale del Lazio! Ogni giorno nelle Aziende sanitarie e ospedaliere della Regione Lazio le principali attività amministrative, essenziali a garantire il regolare funzionamento del servizio sanitario, sono svolte da personale dipendente da società private e/o da agenzie di lavoro interinale, in grandissima prevalenza femminile, che subisce da sempre una gravissima discriminazione rispetto ai “colleghi” pubblici» afferma il rappresentante dei Cobas Domenico Teramo. 

«Il personale che opera nei CUP e negli uffici delle ASL e delle aziende ospedaliere svolge mansioni equivalenti a quelle svolte dai dipendenti pubblici. A parità di mansioni, il sotto-inquadramento comporta una differenza economica negativa di oltre 5 mila euro l’anno. Non solo, da decenni alle sono imposti esclusivamente contratti di lavoro part-time (20 – 25 – 30 ore), con salari minimi e che non assicurano un futuro pensionistico dignitoso» continua il sindacalista.

A tutto questi si aggiunge una discriminazione che riguarda le condizioni di lavoro: «Pur lavorando fianco a fianco ai “colleghi” pubblici della Regione Lazio, queste lavoratrici e questi lavoratori sono privati di ogni diritto. Le loro postazioni sono spesso le più fatiscenti, sia in termini di sicurezza che di pulizia»

Ma il sindacato insiste su un punto «L’internalizzazione di queste donne e questi uomini, oltre ad essere una questione di giustizia ed equità sociale, permetterebbe un notevole risparmio per le casse pubbliche. Abbiamo calcolato che la spesa annua per lavoratore in appalto (tempo pieno) nonostante sia sottopagato è di 43.706 euro, mentre il costo annuo per un assistente ammnistrativo (tempo pieno) è di 31.908 euro. Considerando che il numero totale dei lavoratori attualmente impiegati negli appalti per i servizi CUP, amministrativi e centralini, il risparmio annuo per le casse del servizio sanitario regionale sarebbe di 17.697.000 euro!»

«Il fatto che la stragrande maggioranza del personale è rappresentato da donne, la scelta di “recintarle”, per sempre negli appalti, impedendogli qualsiasi progressione di carriera futura, negando la loro professionalità, sottopagandole e condannandole ad un futuro di sicura indigenza, rappresenta anch’essa una forma di violenza di genere, ancora più subdola di quella fisica, attraverso la quale si vuole perpetuare la visione secondo la quale la donna, pur lavoratrice, può e deve continuare a dipendere economicamente dal marito o dal padre» conclude il rappresentante dei Cobas.

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