Sfiorano ormai le quattrocento unità gli infortuni sul lavoro da covid-19 nella Tuscia. L’ultimo aggiornamento – che prende in considerazione l’arco temporale gennaio 2020 gennaio 2021 – certifica che nel nostro territorio le infezioni contratte sul lavoro da inizio pandemia sono salite a 393. Erano state 316 al 31 dicembre scorso. In un solo mese, registriamo ulteriori 77 contagi (51 tra le lavoratrici, 26 tra i lavoratori) avvenuti in ambiente di lavoro o a causa dello svolgimento dell’attività lavorativa. E’ un numero che colloca la nostra provincia al secondo posto per incremento percentuale (24,4) rispetto a dicembre. Prima della Tuscia c’è il territorio pontino con un incremento del 29,8 per cento, dopo Viterbo c’è l’area della Ciociaria con una crescita del 23,1 per cento, poi Roma e il suo hinterland (17,7 per cento) e infine Rieti (5,3 per cento). Ecco in sintesi i numeri e i dati contenuti nell’approfondimento che la Uil di Viterbo realizza periodicamente per monitorare l’andamento della pandemia e le ricadute sui lavoratori della provincia viterbese.

“Esaminando i dati dell’Inail – spiega Giancarlo Turchetti, Segretario della Uil di Viterbo notiamo quanto la seconda ondata della pandemia si stia ancora riversando sulla salute delle lavoratrici e dei lavoratori della nostra provincia. Il trend di crescita di infezioni Covid contratte lavorando non rallenta, anzi. Nel Lazio le denunce riconosciute dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro ammontano complessivamente a 8760. Crescono anche quelle che sfociano in eventi mortali: sette in più rispetto a dicembre, quando se ne erano registrate 28. Dall’inizio dell’emergenza sanitaria, in Italia le morti sono state 461, quasi 148mila le denunce di virus contratto sul lavoro”.

Analizzando poi i dati per fasce di età, dall’approfondimento della Uil di Viterbo emerge che sono stati i lavoratori tra i 35 e i 49 anni i più colpiti dal Covid (147 infezioni certificate). Seguono a breve distanza, con 145 casi, quelli tra i 50 e i 64 anni. Le denunce di infortunio hanno raggiunto le 96 unità tra gli under 34, mentre tra i sessantacinquenni i casi totali sono stati 5. Il settore della sanità e dell’assistenza sociale con ospedali, case di riposo, cliniche, residenze per anziani e disabili, è al primo posto per denunce, seguito dall’amministrazione pubblica, che comprende anche Asl e amministratori locali. Le professioni più esposte sono gli infermieri, i medici, gli operatori socio assistenziali e socio sanitari. Tra le categorie più coinvolte nei decessi spicca il personale sanitario e gli impiegati amministrativi. “A livello nazionale – aggiunge l’esponente sindacale – tra tutte le denunce sul lavoro con esito mortale avvenute nel 2020, quelle da l’infortunio Covid hanno rappresentato circa un terzo di tutti i decessi denunciati all’Inail”.

“Sono numeri allarmanti, destinati ancora a crescere – conclude Turchetti – perché i tempi di trattazione delle pratiche e la conclusione del loro iter amministrativo diverge da caso a caso. E’ molto probabile che l’onda lunga del virus creerà ancora disagi a lavoratori e lavoratrici. E non va infine dimenticato che in molti sfuggono alla statistica ufficiale o perché non sono assicurati Inail o perché trovano difficoltà nel riconoscimento dell’infortunio da contagio. E’ chiaro che in uno scenario come questo è fondamentale tenere alta l’attenzione, vigilare sulla corretta applicazione dei protocolli anticontagio. Ma dopo questa pandemia bisognerà voltare pagina, scrivendo un nuovo capitolo che sia in grado di assicurare salute e sicurezza sul lavoro a donne e uomini”.

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