“Il pubblico dibattito sul Recovery Plan può riportare l’Italia sulla strada giusta” intervengono oggi sul Corriere della sera l’ex Presidente del Consiglio e Senatore a vita Mario Monti e l’economista (nonché ex Ministro per la Coesione territoriale) Fabrizio Barca. Ma – aggiungono – “una stagione di nuovo sviluppo non potrà mai nascere in stanze chiuse, senza mobilitare i saperi e senza che si crei una coesione nazionale. Ancor più per un Paese che da oltre vent’anni vede peggiorare la propria condizione economica e sociale, in assoluto e rispetto agli altri. E che a un tale destino è sembrato a tratti rassegnarsi”.

Monti e Barca suggeriscono quindi “due principi che, se posti alla base del confronto dei prossimi decisivi sessanta giorni, possono produrre gli esiti che tutti dovremmo auspicare”. Il primo, il “linguaggio dei risultati”. Si parta, è una base, dal documento circolato, dalla visione espressa nelle sue prime pagine, dalle missioni generali che ne discendono; ma per tradurli, attraverso il pubblico dibattito, in risultati attesi, misurabili e verificabili. Sono questi che contano, per i cittadini e per l’UE. Solo così si può verificare la validità dei progetti proposti, levando loro ogni marchio burocratico o di appartenenza e dando loro concretezza”.

Il secondo principio è invece la “grammatica della gestione”. “Il governo di attuazione del Piano – aggiungono – deve rappresentare il primo passo della rigenerazione delle Pubbliche Amministrazioni. Da richiamo fugace, questa rigenerazione deve diventare l’impegno primario del Piano, la condizione del suo successo, quello che prima ancora dell’Europa i cittadini italiani si attendono. Si può fare. Senza l’ennesima grande riforma.

In un documento proposto da Forum Disuguaglianze Diversità, Forum PA e Movimenta, che con altri abbiamo entrambi firmato, si indicano i quattro passaggi da compiere, concreti e fattibili: cogliere l’irripetibile occasione del massiccio ricambio generazionale in atto per attrarre i giovani migliori con moderne modalità di reclutamento; mettere al centro i risultati; valorizzare chi già ci lavora; aprire le PA alla collaborazione con la società per accoglierne i saperi”.

“Affinché la governance del Piano divenga il pilota di questa rigenerazione, essa deve evolversi in due direzioni, superando la tentazione perdente di dar vita a una macchina parallela e sovrapposta alle PA. Accantonando il politicismo che pure torna in queste ore e che allontana i cittadini dalle istituzioni e distrugge fiducia, crediamo che il pubblico dibattito che si è aperto, se innervato da questi due principi, il linguaggio dei risultati e la grammatica della gestione, debba e possa fare del Piano lo strumento per il cambio di rotta di cui il Paese ha bisogno”.

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