“La XVII edizione del Rapporto Sanità del Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (CREA), presentato mercoledì 19 gennaio, non solo conferma il quadro desolante che da anni andiamo denunciando ma, se possibile, lo peggiora. È il caso della carenza di personale di assistenza che ci colloca agli ultimi gradini della classifica europea, ben sotto Germania, Francia, Regno Unito e Spagna.

Prendendo come riferimento il numero di infermieri per 1000 abitanti, in Italia siamo a 5,5 contro i 5,8 della Spagna, i 7,8 del Regno Unito, i 10,8 della Francia, i 13,2 della Germania. In numeri assoluti parliamo di una carenza di 250/300 mila infermieri, un’assenza che la dice lunga sulla possibilità di garantire le cure ai cittadini. Per quanto il Rapporto si riferisca al 2018, nessun intervento strutturale è stato previsto in questi anni per invertire la rotta, se non una tardiva e insufficiente assunzione di personale precario per tentare di far fronte alla pandemia”.

Lo comunica in una nota l’Unione Sindacale di Base – Sanità.

“Il ridicolo grido d’allarme lanciato in questi giorni dall’Ordine degli Infermieri ha l’esclusivo scopo di rispondere alla pioggia di critiche piovute dai lavoratori e dalle lavoratrici della Sanità nei confronti di un Ordine il cui unico intervento, in 2 anni di pandemia, è stato esclusivamente di tipo disciplinare nei confronti di quanti non hanno assolto l’obbligo vaccinale – continua il sindacato -. Non una parola sulle condizioni di lavoro, nessuna verità sulla reale carenza di personale, conteggiata sempre colpevolmente al ribasso”.

“Se, come abbiamo sempre sostenuto, i medici in questo Paese sono persino al di sopra della media europea, persiste però una carenza in alcune specialità (anestesisti, ad esempio) dovuta ad una inadeguata programmazione delle specializzazioni e a stipendi che non favoriscono l’assunzione di rischi estremamente elevati.

Per il resto del personale sanitario, in particolare gli OSS, è invece complicato fare stime sulla reale carenza a causa della frammentazione dei sistemi sanitari regionali che ne regolano formazione e fabbisogni attraverso parametri non sempre codificati su base assistenziale.

E proprio la frammentazione dei sistemi sanitari regionali è anche la principale causa delle disuguaglianze sanitarie così esacerbate e rese evidenti dalla pandemia, soprattutto nel Sud Italia.

In queste condizioni, frutto di decenni di tagli indiscriminati a servizi e posti letto (nel 1981 i posti letto erano 530mila contro i 191.000 del 2017), è folle pensare che una pandemia si possa risolvere con l’estemporaneo aumento a dismisura dei posti letto.

Senza assunzioni massicce di personale non esistono cure per i cittadini e nessuna possibilità di ridurre liste d’attesa interminabili.

Il 28 gennaio abbiamo proclamato lo sciopero generale per difendere la sanità pubblica di questo Paese: assunzioni e stabilizzazione di tutto il personale precario, reinternalizzazione dei servizi dati ai privati, abolizione del numero chiuso nelle università, investimenti nei dipartimenti di prevenzione e nella medicina territoriale, incremento dei finanziamenti del SSN sono le nostre parole d’ordine”, conclude l’Unione Sindacale di Base – Sanità

 

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